00. Riflessioni intorno al reportage “Cari vicini lontani. Viaggio all’interno di un condominio romano al tempo del Coronavirus”

Pubblicato da Alice Valente Visco il

di Alice Valente Visco

Prima di pubblicare (a puntate) su Oltre il reportage nato nel contesto di un condominio romano, condivido qui le riflessioni di quei giorni e

il link all’anticipazione delle interviste già pubblicata sull’Agenzia di stampa DIRE e su Dire Cultura (fb)

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Sono giorni di lock down, giorni di sospensione, di un’altra percezione del tempo e dello spazio. Si vive come in una bolla. Ogni cosa ha una eco differente.

Giorni di preoccupazioni per chi soffre e per noi stessi con poco lavoro. Giorni di grande creatività e di invenzioni continue per colorare il mondo dei più piccoli che di tutto questo non possono ancora afferrare il racconto o la logica, ma solo un improvviso shoccante cambiamento di paradigmi.

E’ questa una condizione inaspettata per tutti e che, chiaramente per chi non vive nell’emergenza, offre paradossalmente delle opportunità. A mio avviso, la prima fra tutte è quella di consentirci di fermarci e rientrare profondamente in contatto con le nostre coscienze, di riflettere profondamente sul senso delle nostre vite e sugli egoismi nei quali troppo spesso le incanaliamo.  Buona parte del mondo si è fermata allo stesso “momento” e un nuovo rapporto con il tempo e con lo spazio hanno creato i presupposti per una possibile revisione dei nostri comportamenti e delle nostre scelte.

Dopo l’ultima Grande  guerra, è stata la prima volta che -grazie a tentacolari mezzi di comunicazione- in quasi tutti gli individui del mondo viaggiavano pensieri e sensazioni simili se non uguali. Ci siamo sentiti per almeno tre mesi un’unica grande entità umana, un’imbarcazione partita dallo stesso porto. Ci siamo sentiti allo stesso tempo uno e tanti, considerati gli uni con gli altri facce di uno stesso prisma. Abbiamo preso coscienza del nostro essere solo degli ospiti di questo pianeta che insensatamente ci ostiniamo a maltrattare e abbiamo toccato con mano la nostra piccolezza di fronte alla generosità della Natura che ha ripreso subito un poco a respirare non appena gliene abbiamo dato l’occasione. La Natura si è ripresa i suoi spazi, la città è tornata a respirare, Roma è come mai l’abbiamo vista: la leggerezza dell’aria, il fiume irriconoscibile, il silenzio quasi disorientante, la vividezza dei colori, tutto immerso in cinguettii felici che ne sono i suoni più evidenti. Il rombo dei motori finalmente tace.

Nella costrizione le fantasie e i desideri aumentano e trovano inediti percorsi o recuperano vecchie passioni chiuse nei bauli. E’ tanta la voglia di star bene e tanta la voglia di creare, di dar vita, in un periodo in cui la sentiamo radicalmente precaria e in cui viene messa in discussione da eventi inafferrabili. 

Personalmente, ho sentito una fortissima urgenza di raccogliere testimonianze e creare uno spazio mentale che trascendesse i sentimenti della paura e del dolore di cui ci impregniamo attraverso un uso malaccorto dei mezzi di comunicazione al punto di non riuscire più a pensare ad altro. Ho sentito inoltre il forte desiderio di lasciare a mio figlio una memoria tangibile di questo periodo che fosse testimonianza anche della capacità umana di reagire. Così, la creatività, come spesso accade, ha iniziato a pulsare proprio in forza delle limitazioni dettate dalle circostanze e da queste premesse sono nate fra l’altro tre iniziative personali:

1) La condivisione gratuita su youtube di letture illustrate dal vivo dall’Orlando di Virginia Woolf, (lavoro annullato a causa delle disposizioni di sicurezza)

2) La creazione di questo sito insieme ad altre persone che raccoglie testimonianze di vario genere sulla capacità umana di reagire positivamente e impegnarsi a costruire un futuro sostenibile a cominciare dalle attuali difficoltà del periodo

3) Un reportage di foto e interviste dal titolo Cari lontani vicini/ Viaggio attraverso un condominio romano al tempo del Coronavirus. L’itinerario del reportage è stato condizionato da motivazioni di carattere pratico ma anche esistenziale. Sono partita da due elementi centrali di attualità: il nuovo confine invisibile e invalicabile che si frappone tra le persone influenzando le relazioni sociali e una maggiore tendenza generale a riflettere sulla propria vita e sul futuro del pianeta. Da qui, l’idea di fotografare, da diverse angolature: la soglia, la porta, il confine tra interno ed esterno, tra me e gli altri. E, ancora, l’idea di chiedere ai soggetti fotografati e intervistati di posizionarsi a piacimento all’interno della loro “porta-cornice” al fine di restituire un’immagine il più possibile aderente al loro attuale sentire.

Le interviste ruotano attorno a due domande guida: 1) Come stai vivendo questo periodo?2)C’è qualcosa di positivo che, malgrado la gravità della situazione, è accaduto o stai riscoprendo e vorresti rimanesse dopo questa esperienza?

Vivo in questo condominio da 18 anni e a forza di scambiare con la maggior parte degli altri abitanti quasi solo saluti di cortesia, ho finito per sperare alle volte di non incontrare nessuno evitando così un uso triste e vuoto delle parole. Quando inizio a prendere appuntamenti per il reportage scopro che si tratta di un sentimento condiviso e che avrò ora l’occasione di seguire un filo che unisce le persone, che almeno per un po’ ci faccia superare la spiacevole sensazione di essere dei vicini lontani.

E’ così strano e paradossale pensare che proprio in un periodo che ci sta scuotendo tutti nel profondo –senza distinzioni- ce ne restiamo per lo più inscatolati nei nostri appartamenti e nei nostri “a parte”. Una questione questa che va ben al di là della necessità di distanziarsi spazialmente in epoca di Coronavirus.

Ora potrò non solo divertirmi a conoscere meglio delle persone che smetteranno di essere per me solo delle comparse, avrò anche l’opportunità di capire di più in mezzo a quale comunità umana stiamo vivendo io, il mio compagno e Ciuffetto (soprannome di nostro figlio che utilizzerò in queste pagine).

Questo viaggio alla ricerca di quelle umane sensazioni che potessero farci sentire tutti più vicini si è rivelato una sorta di pellegrinaggio con incontri intensi e mai superficiali al di là della loro durata. A un metro di distanza dalle porte, ho trovato conferma di quella sensazione sentita violentemente già dai primi giorni: le nuove “misure” ci portano a guardarci negli occhi e a parlarci con maggiore attenzione e capacità di ascolto.

Ora, percepisco con più piacere il sentire di far parte di una storia collettiva da abitare, una storia fatta di tante altre storie che mi ha fatto piacere “cucire” insieme.

Ritengo che nelle persone possa svilupparsi un senso di radicamento, non solo per una medesima origine geografica o dall’aver vissuto delle comuni storie, ma anche quando queste storie le ascoltiamo e accogliamo profondamente gli uni negli altri.

Forse con un po’ meno saggezza dei villaggi Dogon del Mali la cui pianta riflette la forma di un corpo umano, che ci si soffermi o meno, anche nel microcosmo di un condominio siamo effettivamente tutti vicini, tutti parte di un unico corpo, di una comunità. Ce ne rendiamo conto meglio davanti ai grandi eventi o nel momento in cui ci apriamo gli altri.

Probabilmente domani guarderò le persone che mi abitano sopra, sotto, a fianco e poco più in là, in maniera diversa, le saluterò in maniera diversa, uscirò di casa in modo diverso.

Perché ci siamo sentiti parte di un tutto.

Le ringrazio tutte profondamente queste persone, i miei vicini, per avermi accolto nel loro paesaggio e fatto assaporare il gusto di condividere in fondo uno stesso “tetto” in un momento che ci faceva sentire isolati l’uno all’altro.

Un gusto per niente scontato per il mio animo vagabondo e sradicato. Per me che ho sempre un piede fuori dalla porta, radici disperse e una curiosa parentela acquisita sparsa per il mondo. Questo viaggio mi ha ricordato quanto sia prezioso il fatto che anche la nostra casa o rifugio momentaneo, a seconda di come lo si voglia intendere, si trovi all’interno di un piccolo paese di volti e di storie, che si chiama condominio. Lo apprezzo soprattutto ora che sono madre che comprendo come avere delle buone fondamenta sia importante per imparare a camminare bene prima di esercitare il diritto di vagare e perdersi.

Dagli incontri per il reportage sono emerse preoccupazioni e speranze. Si è parlato di inquinamento e della bellezza di un pianeta che abbiamo il dovere di rispettare, di famiglie messe alla prova di una solidarietà ritrovata, di libertà, di informatica e scoperta di autonomie inaspettate. Di possibili cambi di rotta in cui non possiamo rischiare di non credere più-

Della necessità di prendersi tempo per riscoprire le piccole cose, osservare e procedere con cura e sana lentezza.

Il mio invito a tutti noi è di non lasciar cadere tutto nell’oblio, rimmergendosi nelle frenesie della quotidianità. Facciamo tesoro di quanto abbiamo scoperto negli ultimi mesi.

E’ cambiato il nostro modo di guardare dentro e fuori di noi. Andiamo avanti ricordandoci di noi stessi nel senso più profondo e del fatto che siamo parte di un unica grande collettività e ospiti di meraviglioso pianeta pronto ancora ad abbracciarci malgrado le nostre pericolose disattenzioni.

Nota

Etimologia di “condominio”: dal latino condominium: cum+dominium, ovvero l’esercizio della sovranità insieme agli altri

Alice Valente Visco

Per leggere l’articolo sul reportage e l’intervista ai coniugi Cerioni già pubblicate dall’Agenzia di stampa DIRE, vedi:

la pagina Facebook Dire Cultura

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