0.10 CARI LONTANI VICINI… Valentini

Pubblicato da Alice Valente Visco il

0.9 CARI LONTANI VICINI…

Barbara, pensionata e Kate, deliziosa

Primo Maggio, appena dopo il tramonto. Di ritorno dalla consueta passeggiata di salute con Ciuffetto. Un Primo Maggio fiacco come non mai; una grande cavità vuota che rimanda solo l’eco di quelli passati, colorati di ben altre tinte. E tuttavia, malgrado il rispetto delle accortezze, qualcosa nell’aria oggi ha spinto più gente ad uscire. Una donna si è addirittura fermata davanti a Ciuffetto per regalargli un fiore. Lui è rimasto come ipnotizzato da un gesto che non gli capitava più da tempo di ricevere e che prima l’avrebbe fatto subito esultare. Si è girato verso di noi e il suo sguardo chiedeva: “Posso? E’ cambiato qualcosa rispetto all’improvvisa distanza che ho visto adottare da tutti da un giorno all’altro?” Forse si, è cambiato soprattutto che più persone hanno cominciato a dirsi che mantenere il corpo alla giusta distanza non significa tenere più lontano anche il cuore e che prendere precauzioni non significa rinunciare a un sorriso, soprattutto quando si ha difronte un bambino che anche grazie a quei sorrisi sviluppa la fiducia nel mondo.

A pochi passi dal portone, incrociamo Barbara Valentini. Non siamo mai andati oltre i saluti io e questa bruna Valchiria dagli occhi dolci. I nostri incontri furtivi sono divenuti più ricchi da quando abbiamo visto scoccare l’amore tra la barboncina Kate e Ciuffetto che gli si fionda addosso appena la vede per condividere carezze, baci e sorrisi. Mi sembra pensierosa. Benché sia sera, le rivolgo un “Buon Primo Maggio!” perché dentro di me quest’ augurio ha un valore universale che prescinde dalle ricorrenze. Me ne pento un poco quando arriva la risposta: “Bè ormai è finito…” il tono però non è di rimprovero, ma di chi allude a qualcosa che quest’anno a causa del divieto di assembramento non c’è stato. E per la prima volta nel suo sguardo vedo barlumi di un mondo passato che evidentemente questa ricorrenza le fa riaffiorare con particolare intensità. Barlumi che per una vita ho visto riflettersi intensi anche negli occhi di mia madre… “Eh eh, sono stata una battagliera io, sai? Adessoabbiamo toccato il fondo. Questo tempo ci voleva per fermarci tutti. Abbiamo potuto riflettere. Quando ci ricapita un momento così!”.

Il 2 Maggio sono da loro.

Ho perso un po’ di tempo a cercare di capire quale potesse essere la porta giusta delle tre possibili. In questo palazzo sembra che molti preferiscano l’anonimato. Non un cognome né un numero di interno (assenti anche sulla cassetta della posta). Suono alla casa dalla quale si sente un telegiornale e mi risponde subito la cagnetta, bene. E’ lei a venirmi incontro per prima, con il suo sguardo di una maturità imbarazzante per una leccatina sulla mano. Barbara dice che sta riconoscendo anche l’odore di Ciuffetto.

La metto a fuoco bene per la prima volta, guardandola nell’obbiettivo. Il sorriso caldo e gioioso su una figura solida di inimmaginabili settantatré anni fanno pensare a un carattere dolce e forte allo stesso tempo.

M’invita calorosamente ad entrare per mostrarmi la casa che ha appena risistemato e io l’assecondo per pochi minuti muovendomi con estrema cautela. “Vivo qui da otto anni e ho sempre tenuto le pareti tutte bianche, ma questa volta ho sentito il bisogno di colore.” C’è molta attenzione per i particolari e i nuovi colori richiamano quelli presenti nei quadri appesi sul lato opposto. Due foto mi colpiscono. Due visi cristallini e benevoli: “Questa sono io con la mia compagna Chicca al mare, fu una giornata stupenda ed eravamo ancora ignare della malattia che le avrebbero diagnosticato pochi giorni dopo”. Operaie manifestanti, Barbara in prima fila al centro: “Era un corteo per i diritti dei lavoratori, me la sono vista brutta quel giorno”. Poi torno a sedere nel mio ufficio (il secondo scalino davanti alle porte delle case) e Barbara toglie gli argini ad alcuni pensieri che l’attraversano.

“Ho vissuto in un periodo in cui senza la speranza non facevi niente. Il periodo buio del ’68 per i problemi della condizione dei lavoratori, mi ha forgiata. Per lottare dovevi necessariamente pensare positivo. Ci ha educato al fatto che per essere felici non servono certo denaro e potere. Forse per questo sto sopportando bene questo periodo. Si è fermato tutto per salvaguardare la salute di tutti.

Quello che stiamo vivendo ora ci ricorda che dobbiamo passare dal saluto a mezza bocca in ascensore alla socializzazione. E che ci vuole meno disattenzione; non basta dire: tanto accade in Africa. Dobbiamo pensare e rappresentare il mondo come un’unica famiglia. Le barriere le abbiamo create noi, non Dio o chi per lui. Ci vuole una rivoluzione sociale che ci porti ad armonizzarci con la natura, la persona, con l’ambiente,  l’animale, con tutto ciò che ci permette di vivere. Le nostre disgrazie sono legate al pericolo che corrono gli animali. E’ tutto collegato. Se ad esempio si estinguessero le api, finiremmo anche noi. Abbiamo fatto noi questo sfacelo. I grandi incendi, l’inquinamento…il mondo lo abbiamo quasi totalmente distrutto. L’evoluzione ha valicato i confini ed è diventata involuzione.

Questo stop lo penso e lo voglio vivere come un momento di riflessione. Però se ci fermiamo a pensare solo allo sterminio e ai danni sociali non è servito a niente.  Diventeremmo ancora più introversi, meno attenti all’altro. Invece dobbiamo pensare anche al fatto che ci ha obbligato a vivere insieme rispettandoci.

Finora abbiamo rincorso solo il benessere egoistico. Credo che quello che è successo abbia solleticato in noi l’idea di stare meglio gli uni con gli altri.

Tutti i nuovi comportamenti,  come ad esempio portare la spesa agli anziani, scambiare due parole sotto al portone, deve diventare costume.

Altrimenti si ferma tutto. Si dice ‘volere è potere’. Se abbiamo un vero desiderio di mettere in pratica le cose cambieranno”.


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