0.11 CARI LONTANI VICINI… Giammarini

Pubblicato da Alice Valente Visco il

Reportage di Alice Valente Visco

0.11 CARI LONTANI VICINI… Giammarini

Cristian, attore

5 Maggio

L’inizio dell’amicizia con Cristian risale a molti anni fa. I saluti passeggeri hanno presto lasciato il posto a belle chiacchierate nutrite da passioni e ambiti lavorativi comuni. Non posso dimenticare le belle serate con il mio compagno da Cristian, tutti e tre sprofondati nel divano con gli occhi incollati davanti al proiettore che ci regalava la magia dei grandi film del passato.

Nel 2014 abbiamo poi collaborato (io come assistente alla regia di M. Maltauro) per il suo monologo “Lettera di una sconosciuta”, grandissima prova d’attore. Purtroppo il clima di durissimo lavoro vissuto nei giorni di prove, ci ha portato a qualche scottatura che ha avuto bisogno di diverso tempo prima di risanarsi. Forse per osservarci a una giusta distanza, forse per paura di bruciacchiarsi nuovamente, forse per un po’di testardo d’orgoglio di fronte ai reciproci difettacci… siamo tornati a dei paradossali saluti passeggeri, finché, da qualche tempo, la simpatia e l’affetto di fondo sono tornati a far timidamente capolino. Sono felice che abbia accettato con piacere di partecipare al reportage, sarà l’occasione per due chiacchiere più personali che non facciamo da tanto.

Mi racconta della delusione che prova da anni rispetto al suo lavoro. Sempre meno e sempre meno retribuito, una delusione a prescindere dal valore umano di diversi progetti in cui è presente. Malgrado tutto, sta però reagendo bene agli effetti psicologici di questo periodo d’isolamento.

“Ho iniziato a leggere A’ la recherche du temps perdu di Marcel Proust. Proust è arrivato a fare da deflagratore a quello che sto vivendo, ma indipendentemente da questo, ho subito sentito la sensazione di avere tempo. Tempo per contemplare quello che mi circonda. Già per carattere sono portato a farlo. Io sono il tipo di persona che si gira mentre cammina per continuare a guardare una cosa, una faccia, un particolare, una foglia, un pezzo di carta in terra. E’ come un desiderio di prolungare lo sguardo sulla cosa che vedo.

In un viaggio di tanti anni fa in Islanda, con un amico avevamo in programma numerose tappe. Ma io davanti a quel tripudio della natura, davanti alle cascate, ai vulcani, ai geyser, io sentivo che bisognava stare. Fermarsi.

Dunque, lo stare in una cosa. L’opportunità di soffermarsi sulle cose. In questo momento lo si può fare anche rimanendo a casa perché lo fai con te stesso, con le tue relazioni. Questo mi ha permesso di stare sereno con me stesso. Potevo prendermi tempo.

Io sono anche una persona ansiosa. Forse l’ansia me la dà proprio il fatto che sono geneticamente portato a soffermarmi sulle cose. Ci siamo trovati in una specie di bolla. Ma al contrario di altri, in questa bolla io mi ci sono serenamente accomodato. Questo è per quanto riguarda il rapporto con me stesso. Ma anche con il resto… anche se me ne sto sul mio balconcino, guardo la gente che passa e la natura che ho di fronte. E’ la prima volta che assisto giornalmente ai cambiamenti degli alberi che abbiamo di fronte alla facciata del palazzo. Mi sono messo ogni giorno a controllare i piccoli mutamenti, il venir fuori delle foglioline. Ricordi? All’inizio erano completamente spogli, poi pian piano… solo uno rimaneva secco e lì per lì mi sono preoccupato molto, avevo paura fosse morto, poi anche lui…

E’ un grande privilegio che dovrebbe esser concesso all’essere umano, non solo nel rapporto con la natura ma anche con noi stessi e con gli altri: guardare ciò che ci circonda con più calma.

La recherche è proprio la lettura giusta arrivata al momento giusto. Proust, gli ha dedicato gli ultimi vent’anni della sua vita: il recupero attraverso la memoria, ma anche attraverso il tempo che uno scrittore si prende per scriverlo, nel modo in cui l’ha scritto lui. Si dilunga su tutto. Tutto descritto con i tempi di cui abbiamo bisogno per andare a fondo delle cose. L’apoteosi, la celebrazione del tempo. Anche per com’è scritto: incisi, parentesi, subordinate…costringe il lettore a prendersi il tempo. Man mano che vado avanti, rileggo, anche due-tre volte. Penso: questo signore sta dilatando il mio tempo, lascio che lo faccia per essere degno di lui e perché in questo periodo posso permettermelo.

In questo periodo il tempo si è dilatato.

In questi mesi, c’è stata una grande riscoperta generale del fatto che dobbiamo concederci il lusso di soffermarci ecc. credo che migliori la qualità della vita. A Maggio avrei dovuto lavorare in uno spettacolo al Teatro dell’Elfo di Milano, è saltato. Ma non mi manca né lo spettacolo come mi sarebbe successo in passato né il lavoro.

Anche gli amici, potendo utilizzare chat, telefonate ecc. non mi sembra che mi manchino. Dieci anni fa, senza internet, quello che sta accadendo sarebbe stato un fatto epocale. Con i mezzi virtuali manca si la carne, ma non viene meno la condivisione. Puoi comunque consumare quel particolare momento con gli altri”.

Rifletto sul fatto che l’utilizzo dei mezzi virtuali pone nuovi interrogativi su cosa s’intenda per “condivisione”, “relazione”, “presenza” e offra nuovi paradigmi da prendere in considerazione per ragionare su quale ne sia l’essenza.

Io comunque ho continuato a vedere di persona alcuni amici stretti. Ogni giorno alle 18:30 mi sento chiamare “Cri cri…”, passa sotto al mio balcone un’amica col cane che abita qui in zona.

Questo per quanto riguarda la mia situazione personale. Se penso alle storie di chi sta soffrendo per questo virus e quelle di medici e infermieri che da tre mesi lavorano senza sosta ogni giorno a contatto con la morte, vedo quanto sono lontano.

Dovrei sentirmi in colpa per la mia serenità? Viverla come un segno di egoismo e menefreghismo? Ma che senso ha lasciarsi abbattere? Eppure qualche guaietto ce l’ho anche io. Non ho le trenta giornate lavorative alle spalle. Sono senza lavoro e senza poter usufruire di alcun tipo di ammortizzatore sociale.

Faccio un lavoro precario, negli ultimi anni e mesi sto lavorando sempre meno. Non ho prospettive rassicuranti. Ma neppure questo è riuscito a scalfire la nuova serenità.

La fortuna è che non ci sarà un Lock down al contrario, ma sarà tutto più graduale. Sarebbe stato uno shock per me.

Dici che cambierà qualcosa?

Credo di si.

Credi anche tu che forse le contingenze hanno attivato delle alternative più sostenibili, dei cambiamenti possibili? Quando vediamo che a Venezia sono tornati i pesci, i delfini sulle coste della Sardegna, quando vedi andare in giro tante più biciclette e consegne di prodotti a km 0…

Si, dieci anni fa non ci sarebbe stato il diffuso utilizzo di internet, ma neanche la coscienza riguardo al futuro del pianeta che abbiamo acquisito oggi dopo il boom di Greta.

Ma credo anche che siamo animali che dimenticano. Certo ci saranno i problemi privati, la crisi, la disoccupazione a ricordarci, ma abbiamo bisogno di dimenticare. E ho paura che nell’oblio ci cada sia il male che il bene.

Allora, ci sarà l’arte a voler ricordare…

Si, penso anche che attraverso tutte le forme ci saranno dei tentativi di ricordare tutto questo. L’arte si nutre della vita e quindi un’esperienza come questa ci nutrirà tanto. Dovremmo farlo tutti e non lasciarlo agli artisti solamente.


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